Vite infinite

pieriniLa data di nascita di un autore di un libro biografico che narra la liaison dello stesso col mondo videoludico è sommamente importante perché quest’ultimo ha visto uno sviluppo talmente vorticoso che non è secondario sapere se a parlarne è una persona di 10, 20, 40 o 60 anni. Nel nostro caso l’età di Diego K. Pierini (la “K.” sta per Kaneda, come ci svela la sua pagina Facebook ed è autore televisivo e traduttore di videogiochi) è indicata dal profilo biografico in quarta di copertina che ci fornisce la sua data di nascita: 1979. Quasi dunque quarant’anni. Più giovane del medium che nello stesso anno della sua nascita presentava al suo pubblico titoli storici del calibro di Asteroids e Galaxian (che chi scrive queste righe all’epoca giocava nei bar e nelle sale giochi dilapidando le proprie misere paghette). Ma non tanto giovane (come quelli da 20 anni in giù all’incirca) da poter considerare l’ambiente videoludico durante gli anni della formazione come ubiquo e pervasivo. Chi come me è più vecchio di lui o chi è suo coetaneo in qualche modo si può riconoscere nel divertente approccio “nerd” al mondo di Kaneda Pierini. Divertente anche perché la sua prosa è gustosa e autoindulgente in modo assolutamente ironico e divertente. Una sorta di brillante déjà-vu in cui ognuno può ritrovare somiglianze o differenze. Ma chi davvero dovrebbe leggere questo libro sono le generazioni più giovani che non sanno cosa sia Monkey Island o Alone In The Dark perché semplicemente sono subissati dalla sovrabbondante disponibilità del videogaming sui dispositivi mobile con cui vivono una relazione simbiotica. La storia dei videogiochi invece – e lo racconta perfettamente Kaneda Pierini – non è stata solo una storia di sviluppatori e di titoli, ma è stata anche e soprattutto un’evoluzione antropologica degli appassionati che sono passati dall’essere tutti informatici tentando di liberare memoria RAM all’avvio del PC per riuscire a far girare in maniera più fluida i giochi o esperti di schede video e dei relativi driver all’avere a disposizione tutti i giochi immaginabili tramite gli store online siano essi Origin, Steam, GOG, PlaystationStore, App Store, Google Play, ecc. Questa frenetica rivoluzione ha fatto sì però che il medium videoludico, assai meno di altri, s’interrogasse sulla propria identità, meno di altri acquisisse una consapevolezza che non restasse mera differenza. Ecco allora lo sbocco di non pochi videogiocatori diventati adulti che diventano “retrogamer”, sia nel cercare e collezionare i videogiochi del passato – fruibili tramite i sistemi di emulazione quali il MAME ma anche grazie ad Internet Archive (in Italia riversato nelle biblioteche digitali MediaLibraryOnLine e ReteINDACO) -, sia nel collezionare sistemi hardware videoludici del passato (come le consolle di vecchie generazioni, ma anche i cabinati originali di bar e sale giochi) che altrimenti possono essere provati in istituzioni come il Museo del videogioco Vigamus di Roma o l’Archivio Videoludico della Cineteca di Bologna.

diegokpieriniMa non fatevi trarre in inganno: Vite infinite: memorie ad accesso casuale di un videogamer (Ultra, 2017), il libro di Kaneda Pierini, non è un concettuoso saggio, ma piuttosto la frizzante narrazione di un’adolescenza fortunatamente traviata dai videogiochi. E di tutto ciò che intorno alla passione dei videogiochi ruotava e ruota: la fantascienza, il fantasy, il cinema, la musica… soprattutto la tecnologia. La tecnologia che oggi sempre più si basa sulla distinzione dei brand mentre all’epoca d’oro dei videogiochi poneva questioni identitarie: i pc-isti vs. i consollari, i nintendari vs. i sostenitori della Playstation vs. i fedeli all’Xbox, ecc. Ognuna di queste posizioni proponeva una specifica filosofia di gioco. Per questo se per le generazioni più vecchie leggere il libro di Kaneda Pierini è ripercorrere i propri stessi passi, per i più giovani è scoprire in modo non convenzionale, in modo emotivo e scanzonato, come si è generato l’ecosistema in cui vivono e del quale quasi non si rendono nemmeno conto. Acquisire la consapevolezza che così come nel passato anche oggi tale ecosistema non è necessariamente determinato dalle scelte della grande industria ma che la creatività e l’immaginazione possono ancora, oggi come allora, fare la differenza.

Francesco Mazzetta

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